Ballando con le bombe – Episodio finale.

26 febbraio 2020

“Abdul Rahim è morto”. Ad annunciarlo è Manu, il primo cittadino indiano a ricevere un doppio trapianto di mani. Oggi lavora come assistente del servizio trapianti e collabora alla riabilitazione dei pazienti operati nella nostra struttura. Era in contatto con Abdul Rahim, il nostro secondo paziente sottoposto a un trapianto di mani.
Quando scrivo mi assicuro sempre di nascondere tutti i dettagli affinché nessuno possa riconoscere le persone coinvolte, tutelando così la privacy di ogni paziente. Nel caso di Manu e Abdul Rahim, però, non è necessario. Siamo stati autorizzati per iscritto a utilizzare le loro storie al fine di aumentare la sensibilità pubblica sul tema della donazione di organi.
Abdul Rahim, comandante dell’esercito afghano, era un artificiere. In tutta la sua vita disinnescò circa 2.000 bombe dei talebani. Il giorno in cui perse le mani aveva neutralizzato con successo trenta ordigni mortali, prima di mettersi al lavoro sull’ultimo. Quell’ultima bomba era diversa dalle altre. Faceva parte di un piano.
Appena Abdul Rahim la toccò, esplose. Il botto fu più forte di quanto tutti noi possiamo immaginare: le sue mani furono letteralmente spazzate via.
Fu un chiaro tentativo di omicidio.
“C’era una taglia sulle mie mani”, dichiarò il militare. L’uomo che li aveva condotti in quel punto ricevette 4 milioni di rupie afghane dall’organizzazione dei talebani.
Arrivò da noi sei anni fa, senza mani. Al loro posto, il figlio tredicenne, il figlio più devoto che possiate immaginare. Rimasero a Kochi per oltre un anno, in lista d’attesa. Si fece carico delle spese il governo indiano.
Va sottolineato che all’epoca Abdul Rahim era un comandante dell’esercito afghano, finanziato dal governo americano, e avrebbe potuto farsi operare anche negli USA. Ma “non voglio andare in America, non è un bel Paese”, ci disse.
“E l’India?”
“Sì. L’India va bene. È per questo che siamo venuti. L’India ci piace, l’America no. L’America non è un bel posto”, rispose schiettamente.
La cosa interessante è che Abdul Rahim e le persone per cui aveva combattuto condividevano gli stessi valori e la stessa cultura dei nemici che dovevano affrontare. Il terrorismo era solamente una versione estrema e puritana dell’impalcatura culturale su cui si reggeva la loro società.
Dopo l’intervento, gli ci vollero mesi per recuperare l’uso delle mani trapiantate. Quelle mani scure contrastavano con la sua pelle più chiara. La famiglia di un giovane che aveva tragicamente perso la vita in un incidente era stata così generosa da donargli le sue mani. Era intenzionato a vendicare la sua perdita.
“Devo ritornare. Devo fargliela pagare”. Questa era la sua motivazione.
Divenne una celebrità in quella parte di mondo. Ma la popolarità fece di lui un bersaglio facile. L’ultima volta che venne qui, ci disse che non era più riuscito a dormire. Passava la notte girando attorno alla casa dove dormivano sua moglie e i suoi figli, con una pistola in mano e l’aiuto di una o due guardie che gli erano state assegnate.
Pensammo che stesse diventando paranoico. Ma ci sbagliavamo.
Pochi giorni dopo, la sua auto saltò in aria e rimase ucciso sul colpo. All’epoca era un maggiore dell’esercito afghano.
Il figlio era con lui ma se la cavò con diverse ferite.
Mi sembra di vederlo, sdraiato su un letto d’ospedale, appena poco più che teenager, mentre sogna il giorno in cui potrà prendere in mano una pistola e andare in guerra.
Qualcuno disse: “Che spreco di manodopera, quel complicato intervento”.
Forse aveva ragione, ma io non sono d’accordo. Il suo era un mondo che oggi non siamo in grado di capire. Valori umani universali, non violenza, tolleranza – sono tutti concetti che hanno senso solo entro i confini di un Paese sicuro e benevolo. Vivere a lungo non era necessario, non era mai dato per scontato. La guerra invece sì. Era meglio morire che sopravvivere da invalido. Il dissenso non veniva mai espresso a parole, ma con i proiettili.
Ma chi siamo noi? Dove viviamo? Potremmo ritrovarci in breve tempo nella stessa situazione. Chi lo sa? La rassicurante certezza di chi siamo può svanire da un momento all’altro. “Gli oggetti nello specchio sono più vicini di quanto appaiano.”

Adieu ! Captain! Ci dispiace, Maggiore!
Dr. Jimmy Mathew

Dr. Jimmy Mathew
attualmente è professore associato del Dipartimento di Chirurgia plastica e ricostruttiva della Facoltà di medicina dell’Università di Amrita, Kochi.